Gay & Bisex
Cruising sulla A1: ... e poi
02.02.2026 |
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"Davide lo guarda una sola volta, con calma, come si guarda qualcosa che si misura istintivamente..."
AVVISO: Non ci sono scene di sesso e non so ancora se ci sarà un seguito, ma mi è venuta voglia di raccontarlo lo stesso.Fu così, all’improvviso, guardando Alessandro mentre mi succhiava l’uccello con devozione, che mi resi conto di che cosa non funzionasse tra noi. Del perché, nonostante mi senta legato a lui, tra noi non sia mai scattato nulla che andasse oltre una forte amicizia e qualche incontro occasionale.
Non era una questione di età. Sebbene Alessandro sia diversamente giovane, i suoi capelli grigi sono ancora folti e, con il suo fisico alto e longilineo, è decisamente più in forma di tanti altri uomini con i quali sono andato a letto in questi anni.
Non era nemmeno colpa dell’inesperienza perché, nonostante la sua tecnica sia ancora tutta da sviluppare, riesce a compensare con un genuino entusiasmo e, complice un crescente bisogno di cazzo, riesce a regalarmi sborrate copiose ogni volta.
A me, però, piacciono gli uomini coinvolgenti, sfidanti, orgogliosi, così arrivai alla conclusione che il problema era da ricercare nella sua passività.
Alessandro esegue qualunque ordine, cercando sempre di dare il meglio di sé, ma manca completamente di iniziativa. Non chiede, non agisce.
Fino a quel momento ero stato convinto che ciò dipendesse dalla sua timidezza, ma mentre mi fissava come gli avevo insegnato, quasi in adorazione con il mio cazzo in bocca, mi resi conto che probabilmente aveva bisogno di qualcosa di diverso.
“Ciucciami i capezzoli” gli ordinai, ed Alessandro lasciò la presa sull’uccello per venire su di me per prenderli in bocca.
“Continua a menarmelo”, aggiunsi, e anche questa volta eseguì subito, impugnando il mio cazzo per farmi una sega.
“Voglio sentire la tua lingua sulle palle” non ci fu bisogno di aggiungere altro e Alessandro si dedicò con impegno a soddisfare anche questa richiesta.
Pensai a quella sera di un paio di anni fa, alla sua station wagon blu parcheggiata in un’area di sosta lungo l’autostrada, evidente come un capo firmato in un negozio di robivecchi.
Troppo pulita, troppo vistosa, troppo elegante per quel luogo.
E lui, in piedi accanto alla portiera fumando una sigaretta dopo l’altra, guardandosi intorno con l’atteggiamento di chi non sa se restare o scappare.
Sessant’anni portati con un’eleganza naturale che lo faceva apparire fuori contesto in quel luogo. Alto, magro, quasi fragile nella postura, ma con un’educazione nei gesti che tradiva una vita ordinata, controllata, rispettabile.
E sotto quella superficie, una curiosità che non aveva mai osato chiamare per nome, ma che, dopo il suo divorzio, aveva cominciato a esplorare
L’avevo visto subito. Non il desiderio, bensì la paura del desiderio.
Quella sera gli avevo insegnato a non vergognarsi. A esplorare sé stesso. A lasciarsi andare all’idea che un uomo potesse toccarlo non come un amico né come un fratello, ma come qualcosa di diverso: un amante.
Gli avevo fatto da guida, con delicatezza, senza spingerlo. Accompagnandolo nell’esplorazione dell’universo proibito che si era sempre negato.
E così, invece di scappare, era rimasto. Con le sue domande. Con la candida goffaggine che si ha quando ci si affaccia su un mondo che non ci appartiene e quella timidezza che nascondeva una curiosità mista a desiderio.
Quella sera non eravamo andati fino in fondo. Non serviva. Per Alessandro, anche solo lasciarsi andare con me in quel posto era stato un terremoto.
Dopo quella prima volta ci siamo incontrati di nuovo, non spesso ma con regolarità, e l’ho visto trasformarsi a poco a poco. Non nei gesti grandi, ma nei dettagli.
Nel modo in cui mi guardava. Nel modo in cui cominciava a parlare di uomini e sesso senza abbassare la voce. Nel modo in cui si era appropriato di qualcosa che per me è da sempre un’ossessione, un feticcio: gli stivali.
Sapeva quanto sono importanti per me e sapeva perfettamente che non posso fare a meno di notarli.
Aveva cominciato a indossarli a ogni nostro incontro. Non credo per provocazione, quanto più per spirito di emulazione. Una specie di rassicurante coperta di Linus.
Jeans semplici, camicie chiare, giacche leggere. E sotto, stivali alti, lucidi ed eleganti oppure a punta, tenuti con cura e portati con una naturalezza che mi ha sempre colpito, tanto da dare l’illusione che li abbia indossati da sempre.
Su di lui non sono mai volgari. Sono … identitari. Come se, senza saperlo, Alessandro avesse trovato il primo simbolo concreto di quella parte di sé che stava emergendo.
Ma restava un uomo che non prendeva iniziativa.
Alessandro aspetta. Sempre.
Aspetta che qualcuno gli dica cosa fare. Come muoversi. Come essere.
Mentre lo guardavo darsi da fare in mezzo alle mie gambe, dedicandosi a cazzo e palle, ho capito una cosa che mi ha spaventato per la sua chiarezza: Alessandro non aveva bisogno di un amante occasionale. Aveva bisogno di un uomo che fosse una presenza solida.
Dominante. Autoritaria senza essere crudele.
Meritava qualcuno che lo prendesse sul serio, non come una parentesi divertente come l’avevo trattato fino ad allora.
Ma quel qualcuno non potevo essere io. Ho un compagno. Un rapporto appagante. Una vita piena.
Sergio conosce Alessandro e ha sempre lasciato che mi relazionassi con lui definendolo scherzosamente un “caso umano”, la mia “opera caritatevole”. So che non lo pensa davvero, e che lo dice perché sa che mi incazzo ogni volta che definisce così il mio rapporto con Alessandro.
A un certo punto i miei pensieri si interruppero. La mano di Alessandro stava scorrendo velocemente lungo la mia asta e la lingua si stava ancora prendendo cura delle palle quando sentii il mio corpo contrarsi nel momento dell’orgasmo e il mio sperma finì per rimbrattare suoi capelli.
“Stasera non avrai bisogno del balsamo”, gli dissi, e lui se lo spalmò sulla testa, ridendo insieme a me.
Al termine della serata rimase in silenzio a guardarmi mentre rimettevo i pantaloni in pelle che avevo scelto apposta per lui per poi calzare gli stivali, ma mi prese alla sprovvista quando mi chiese: “Quando ti rivedo?”
Tra le cose che mi piacciono di Alessandro c’è il fatto che non sia mai stato invadente e che non si sia mai aspettato di più dal nostro rapporto. Ma evidentemente qualcosa stava cambiando.
“Non lo so, Ale, sono molto preso in questo periodo”, tagliai corto mentre finivo di vestirmi, ma non potei fare a meno di leggere la delusione sul suo volto.
Tornando verso casa, ripensai alla serata e alle conclusioni a cui ero appena arrivato. Così cominciai a pensare a qualcuno tra le persone che conosco che potesse occuparsi di Alessandro al posto mio.
Cercavo qualcuno che non prevaricasse, ma fosse in grado di imporre la propria presenza.
Luca. No: troppo impulsivo. Brucerebbe Alessandro in due settimane.
Matteo. No: dolce, ma con poco carattere. Sarebbero due personaggi che restano a guardarsi senza muoversi.
Alberto. No: fisico imponente, voce sensuale, sicurezza naturale. Ma Alberto gioca, mentre Alessandro ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui.
Mi sentivo strano: sapevo di non amarlo e non lo volevo per me, eppure sentivo che, in qualche modo, mi appartenesse. Come se fosse stato un allievo che non potevo abbandonare a metà strada.
È allora che mi è venuto in mente Davide.
Davide è l’opposto di Alessandro in tutto.
Massiccio dove Alessandro è esile.
Scuro dove Alessandro è chiaro.
Radicato dove Alessandro fluttua.
45 anni, alto, sicuro di sé, con un corpo tonico ma non palestrato. Si esprime in modo asciutto e diretto, senza mai alzare il tono della voce perché non ne ha bisogno.
Quando è in gruppo non passa mai inosservato. Non ha bisogno di sedurre: a lui basta esserci.
Virile senza teatralità, dominante senza aggressività. Autoritario senza essere crudele.
Ma soprattutto è una persona seria che, in passato, ha dimostrato di essere anche un buon amico.
Quando l’ho chiamato, con Sergio che mi ascoltava dalla cucina, divertito come se fosse a teatro, Davide non ha esitato.
Ha solo chiesto: “E lui cosa vuole?”
“Credo voglia essere guidato”, ho risposto. “Ma non sa ancora come chiederlo.”
Quella frase lo ha incuriosito. Lo sentivo. Come per tutti gli uomini dominanti, l’idea di uno che si offre era una promessa irresistibile.
“Conta su di me”, disse. “Un uomo che si affida… è una cosa rara. E preziosa”
Gli ho chiesto di non recitare, limitandosi a essere sé stesso.
“Per te sarà solo un mio amico”, gli ho detto. “Nient’altro.”
Davide era ormai troppo intrigato per rifiutare e Alessandro non sapeva nulla. Ignaro del fatto che lo stavo mandando verso qualcosa che lo avrebbe attratto come un buco nero: una forza invisibile, ma capace di risucchiarlo.
Non restava che farli incontrare e vedere cosa sarebbe successo. Così creai l’occasione: un semplice invito a cena tra amici.
La sera della cena Alessandro arriva per primo.
Quando apro la porta, vedo subito gli stivali. Neri, lucidi, discretamente nascosti sotto ai jeans chiari. Li porta con una sicurezza che non è ostentazione, bensì rituale. Come se si fosse vestito per essere notato senza sapere da chi.
“Sono troppo elegante?” chiede.
“Sei perfetto”, rispondo.
Sergio lo accoglie con un abbraccio. In cucina si muove tranquillo, consapevole che sta per assistere a qualcosa che non gli appartiene, ma che lo diverte.
Davide arriva dieci minuti dopo.
Alto quanto Alessandro, spalle larghe, postura da uomo che non ha mai chiesto il permesso di stare al mondo. I capelli neri sono attraversati da una striscia di bianco che parte dalla tempia e si confonde nella barba folta, curata con una precisione quasi militare. Ha lo sguardo calmo di chi è abituato a essere guardato.
Quando entra, l’aria cambia.
Non succede nulla di evidente. Nessuna frase speciale. Nessun gesto teatrale. Ma Alessandro alza lo sguardo e si ferma. Davide lo guarda una sola volta, con calma, come si guarda qualcosa che si misura istintivamente.
Due uomini, uno accanto all’altro, completamente diversi.
Davide è solido, massiccio, sicuro.
Alessandro è sottile, elegante, quasi commovente nel suo smarrimento.
Si stringono la mano.
“Davide.”
“Alessandro.”
Le loro voci non hanno lo stesso peso. Quella di Davide cade come una pietra. Quella di Alessandro è morbida come una foglia che cerca dove posarsi.
Vedo Sergio che ci osserva dalla cucina mentre rimango con loro per aiutarli a rompere il ghiaccio. Ha quel mezzo sorriso divertito che usa per prendermi per il culo quando sa che sto architettando qualcosa.
A tavola tutto sembra normale. Vino, pasta, battute. Sergio tiene banco, come al solito, ma io ascolto poco. Guardo.
Alessandro non perde Davide di vista. Cerca di non farlo notare, ma il suo corpo lo tradisce. Si orienta verso di lui. I piedi, negli stivali, trovano una posizione più composta. Le spalle si raddrizzano.
Davide non chiede nulla.
È Alessandro che si offre. Non con il corpo. Con l’attenzione.
È rilassato. Ride alle sue battute più del necessario. Gli chiede del lavoro. Della vita. Racconta della moglie con una sincerità che non aveva mai usato con me. La sua voce diventa più profonda, più ferma, come se stare sotto quello sguardo lo rendesse migliore.
Davide ascolta. Non invade. Ma quando si alza per prendere da bere, passa dietro la sedia di Alessandro e gli posa una mano sulla spalla, tenendola lì per un secondo di troppo.
Un gesto neutro. Ma Alessandro si irrigidisce come se avesse ricevuto un comando invisibile.
La serata si scalda così: senza parole esplicite, solo con una tensione che cresce. È come se Alessandro stesse entrando lentamente in un campo gravitazionale più intenso. Non sa cosa sta succedendo, ma sembra accettarlo con piacere.
Quando Davide guarda l’orologio, Alessandro lo imita subito.
“Devo andare”, dice Davide.
“Anch’io… è tardi”, aggiunge Alessandro, ma era evidente che la sua decisione era nata solo in quell’istante. Quasi come se avesse ricevuto un ordine silenzioso.
Si infilano le giacche insieme. Davide apre la porta. Alessandro esce per primo.
Sergio non resiste: tutto eccitato corre alla finestra e io lo raggiungo. Li guardiamo camminare fianco a fianco fino a quando non spariscono dalla nostra vista. Due uomini nella notte fredda.
Uno sicuro. L’altro che finalmente non cammina più da solo.
Comincio a sparecchiare.
Sergio mi guarda e il suo sguardo dice tutto: “Li hai creati tu. Ti sei trasformato in sensale?” dice ridendo.
“No”, rispondo. “Ho solo messo le persone giuste nella stessa stanza. Se ci ho indovinato, il resto lo faranno da soli.”
Ripenso ad Alessandro. Alla sua curiosità. Alle sue paure. Quel modo elegante di offrirsi senza saperlo.
So che non è finita, ma so anche che quello che è successo ieri sera è solo l’inizio di qualcosa che non posso più controllare.
E per la prima volta non sento il bisogno di proteggerlo. Sento che è pronto a essere guidato da qualcuno che non deve spiegargli chi è.
Qualcuno che glielo farà scoprire.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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